Leone d’oro a l’Événement al 78° Festival del Cinema di Venezia

Due premi al film di Paolo Sorrentino

 

(www.ilformat.info) – Venezia, 12 settembre 2021. Ecco i premi principali del 78° Festival di Venezia assegnati dalla Giuria presieduta dal regista e sceneggiatore coreano premio Oscar Bong Joon-ho. Il Leone d’Oro è andato a d’oro a “L’Événement”, il film francese diretto da Audrey Diwan e basato sul romanzo autobiografico di Annie Ernaux.

L’Italia festeggia con “E’ stata la Mano di Dio”. La pellicola firmata da Paolo Sorrentino vince il gran Premio della Giuria e il Premio Marcello Mastroianni assegnato al giovane attore emergente Filippo Scotti. Premiato anche “Il Buco” di Michelangelo Frammartino che si porta a casa il premio speciale della giuria.

Per quanto concerne gli interpreti, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile va a Penelope Cruz grazie a “Madres Paralelas” di Almodovar, mentre il filippino John Arcilla si aggiudica il premio come miglior attore con il film “On the Jog: The Missing 8”. Infine, Leone d’Argento a Jane Campion per la regia di “The Power of The Dog”. A “The Lost Daughter”, l’opera prima di Maggie Gyllenhaal, il riconoscimento per la miglior sceneggiatura.
Dopo “Titane”, scritto e diretto da Julia Ducournau e premiato con la Palma d’oro al 74º Festival di Cannes, la Francia si aggiudica pure il Leone D’oro. Erano tre i film transalpini in concorso al Festival di Venezia 201. E alla fine ha vinto “L’Événement”. Il direttore della Mostra Alberto Barbera lo ha definito “un film durissimo, a volte anche sgradevole, ma che rivela, una grande sapienza di messa in scena”. La regista Audrey Diwan, ha, invece, usato queste parole, per descrivere la sua opera:

“Qual è il destino di una giovane donna che si misura con un aborto clandestino? Spesso, possiamo solo cercare di indovinare la risposta. Quando ho deciso di realizzare l’adattamento di “L’Événement” di Annie Ernaux, ho cercato di trovare il modo per catturare la natura fisica dell’esperienza, di tenere conto della dimensione corporea del percorso. La mia speranza è che l’esperienza trascenda il contesto temporale della storia e le barriere di genere. Il destino delle giovani che hanno dovuto ricorrere a questo tipo di operazioni è rischioso, insopportabile. Tutto quello che ho fatto è stato cercare la semplicità dei gesti, l’essenza che potesse veicolarlo.”

Dopo aver portato al Lido le serie televisiva “The Young Pope” nel 2016 e “The New Pope” nel 2019, per la prima volta Paolo Sorrentino è stato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con un film. E la pellicola più intima e personale del regista napoletano ha incontrato i favori della giuria. Questa sorta di alla ricerca del tempo perduto che mescola destino e famiglia, sport e cinema, amore e perdita, ha conquistato il Gran premio della Giuria. Il cineasta napoletano ha spiegato così il senso del film: “Ho cercato di raccontare questa storia senza alcun filtro, in un modo semplice. L’unico filtro è l’evocazione del passato, i ricordi e i sentimenti che provavo quando ero ragazzo. Per questo film non mi sono preoccupato di un’idea specifica di stile. Ho sentito che sarebbe dovuto emergere in maniera naturale”. “E’ stata la mano di Dio” si è aggiudicata anche il Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore emergente vinto da Filippo Scotti. Sorrentino ha raccontato come ha scelto il suo giovane alter ego sullo schermo: “Di tutti gli attori che ho provinato, Filippo era il più dotato e ho sentito che si adattava perfettamente al personaggio. Provo nei suoi confronti la stessa tenerezza che provo verso me stesso a quell’età. Durante l’audizione non gli ho fatto molte domande, né gli ho chiesto della sua vita privata. L’importante per me è stato vedere che aveva la capacità di essere il protagonista di un film e di reggere questo in particolare sulle sue spalle”.

Il regista ha usato queste parole per ringraziare il pubblico: “Vi racconterò due scene che non ho messo nel film. Uno è un sogno che non ho fatto: un ometto di un metro e sessanta, che vi ringrazia, che si chiama Maradona. L’altra scena è che il giorno del funerale dei miei genitori il preside della mia scuola mandò solo una rappresentanza di 4 compagni di classe e non tutta la classe e io ci rimasi malissimo ma questo non ha importanza perché oggi è venuta tutta la classe, e cioè tutti voi”.

Con il suo terzo film, Michelangelo Frammartino ha chiesto agli spettatori di correre il rischio di immaginare. Una scomessa che il regista italiano ha vinto. Un salto nel buio, un film carsico che ci invita a fare un viaggio nell’Italia del boom economico, attraverso l’esperienza di un gruppo di giovani speleologi che esplora la grotta più profonda d’Europa nell’incontaminato entroterra calabrese. Con queste parole, Frammatino ha spiegato come è nato il progetto: “Nel gennaio 2007, il sindaco del paese calabrese dove stavo girando “Le quattro volte”, mi ha portato a fare un giro del Pollino. “Devi vedere le meraviglie di queste montagne!”, ha detto. Mi ha condotto in una dolina dove si poteva vedere un magro taglio nel terreno. Ero perplesso, deluso. Il sindaco, invece, entusiasta e fiero, ha gettato in quel vuoto un grosso sasso. È stato inghiottito dall’oscurità. Il fondo era così profondo che non si vedeva né si sentiva nulla. Quella scomparsa, quella mancanza di risposta, mi ha dato un’emozione fortissima. Quello strano posto mi è rimasto impresso, richiamandomi a sé anni dopo, per interrogarlo e creare un progetto nel buio silenzioso dell’Abisso del Bifurto”.

Per la giuria del Festival di Venezia 2021, la miglior interpretazione femminile è stata quella di Penelope Cruz. La talentuosa attrice spagnola aveva ben due film in concorso: “Mater Paralelas” e “Competencia Oficial”. Cruz è stata premiata grazie all’intensissima performance attoriale mostrata nella pellicola diretta da Pedro Almodovar. Nei panni della fotografa Janis, Penelope ci offre un ritratto indimenticabile di una donna che riflette sul concetto di maternità. La star ha commentato così il suo lavoro: “E’ stato un viaggio molto bello e avvincente, un regalo da parte di Pedro. Quando ho letto la sceneggiatura ho subito pensato che lui avesse scritto qualcosa di importante. Credo che questo sia uno dei personaggi più difficili che io abbia mai interpretato ma mi ha permesso di conoscere molto di me stessa. Abbiamo lavorato con lui per mesi, Almodovar è come se fosse un artigiano, cura molto i dettagli.”

La coppa Volpi, per la miglior interpretazione maschile, invece è andata, invece a John Arcilla per il fiilm filippino “On The Job: Missing 8”.

“Rimanere affascinata dallo straordinario romanzo di Thomas Savage è stata pura gioia, ma non avevo mai pensato di farne un film, visti i tanti personaggi maschili, e i temi profondamente maschili. Mi sono invece chiesta quale regista l’autore, con la sua mascolinità ambigua, avrebbe voluto, e a poco a poco ho avuto la sensazione che lui mi appoggiasse un braccio sulla spalla, dicendomi: “Una pazza che è arrivata ad amare questa storia? Sì, è perfetta”. Ho messo tutta me stessa nel grandioso racconto di Savage, ne sono stata conquistata. In Phil ho sentito l’amante e la sua tremenda solitudine. Ho percepito l’importanza e la forza di ogni singolo protagonista, e il modo in cui ciascuno si rivela alla fine. Sono onorata di condividere questo film con veri spettatori, in un cinema reale.” Così la regista neozelandese Jane Campion ha spiegato come è nato “The Power of The Dog”.

Buona la prima per l’esordio dietro la macchina da presa dell’attrice americana. “The Lost Daughter”, infatti si porta a casa il riconoscimento per il miglior script della Mostra del Cinema di Venezia 2021. Ecco perché la cineasta ha scelto di portare sullo schermo il libro di Elena Ferrante: “Quando ho letto il romanzo La figlia oscura, mi sono sentita pervadere da una sensazione tanto strana e dolorosa quanto innegabilmente vera. Una parte nascosta della mia esperienza di madre, compagna e donna stava trovando voce per la prima volta. E ho pensato a come fosse entusiasmante e pericoloso dare vita a un’esperienza come quella non nella quiete e nella solitudine della lettura, ma in una stanza piena di esseri umani dotati di vita pulsante e sensazioni. Come ci si sente a essere seduti accanto alla propria madre, al proprio marito, alla propria moglie o figlia nel momento in cui sentimenti ed esperienze comuni a lungo taciuti, trovano invece voce?”.

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